Avatâra: la discesa del Signore

Paolo Magnone - Docente di Lingua e Letteratura Sanscrita, UniversitÓ Cattolica di Milano

Tra tutte le figure che popolano il lussureggiante immaginario religioso dell'Induismo, l'avatâra Ŕ certo una di quelle che hanno trovato pi˙ vasta eco in Occidente. Un motivo ne Ŕ senza dubbio che l'avatâra ha una maniera seducente di coniugare una confortevole familiaritÓ con un esotismo stimolante. L'avatâra Ŕ il Signore "disceso" nel mondo per redimerlo dal male: un'immagine familiare ai Cristiani (o piuttosto, semplicemente, a noi Europei, i quali, si ricorderÓ, secondo Croce "non potevamo non dirci Cristiani"[1]), che proprio perci˛ rischia di catturare la nostra comprensione entro l'angusto recinto della nostra esperienza. Pure, dobbiamo guardarci da questa maniera poco proficua di affrontare il diverso, che lo riduce ad una mera varietÓ del simile, con un' appendice di esotismo inessenziale. La giusta via parte invece inevitabilmente dal simile, ma altrettanto inevitabilmente se ne diparte per metter capo altrove - al diverso, appunto.

Visnu con i suoi quattro emblemi: disco, mazza, loto e conchiglia.

Che cosa Ŕ dunque l'avatâra? Apprendiamolo dalle labbra dell'avatâra per eccellenza, Krsna, che proclama ad Arjuna sul campo di battaglia, sul campo del dharma[2] ove si giuocano i destini dei regni della terra:

Ogniqualvolta il dharma langue e vige l'adharma, o Bhârata, Io effondo me stesso; per proteggere i buoni e sterminare i malvagi, per ristabilire il dharma di etÓ in etÓ Io vengo all'essere[3].

Nella densitÓ primigenia di queste strofe famose, variamente riprodotte o riecheggiate in una miriade di testi, riposa insieme il nucleo fondamentale della dottrina dell'avatâra e la matrice di ogni sviluppo posteriore. In esse troviamo enunciati in una concisione quasi aforistica tutti gli elementi fondamentali dell'avatâra: la finalizzazione etica, la virtuale infinitÓ delle manifestazioni, il quadro ciclico ed escatologico, la bipolaritÓ ed alternanza della compagine etica cosmica; oltre, naturalmente, all'ineffabilitÓ della fenomenizzazione divina.

Per cogliere pi˙ pienamente la peculiaritÓ di tali tratti distintivi dell'avatâra, giova porre il passo della Gîtâ a contrasto con un passo dell'Epistola ai Galati di struttura sorprendentemente simile, e perci˛ tanto pi˙ capace di illuminare le differenze. Dice Paolo:

Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio invi˛ suo Figlio, fatto da donna, fatto sotto la legge, per redimere coloro che erano sotto la legge, perchÚ ricevessimo l'adozione di figli[4].

La differenza pi˙ ovvia non Ŕ perci˛ meno capitale. "Dio mand˛ suo Figlio": la puntualitÓ dell'evento unico, significata dall'aoristo, con il suo unico protagonista: il Figlio, l'Incarnato. "Ogni volta Io effondo me stesso": la circolaritÓ dell'iterazione indefinita, significata dal presente, con la serie virtualmente infinita delle autoemanazioni polimorfe dell'unico Signore. Ci˛ che nella Gîtâ Ŕ appena accennato (yadâ yadâ, "ogniqualvolta"...) i Purâna[5] riprenderanno traducendolo nel loro formulario prodigiosamente iperbolico con la dottrina delle miriadi di manifestazioni:

Migliaia di manifestazioni sono giÓ pi˙ volte trascorse, e pi˙ ancora ne verranno, quante non Ŕ possibile contare[6].

Ma l'unicitÓ del Cristo e la pluralitÓ degli avatâra non sono che l'appariscente corollario di una divergenza pi˙ profonda e riposta, che siede nei penetrali della metafisica del Tempo. Lo sfondo della proiezione indefinita degli avatâra non Ŕ il tempo che ci Ŕ familiare: il tempo dell'ora presente in precipite aggetto sul domani spalancato, la storia che senza posa seppellisce il passato nel futuro incombente. In questo tempo scocca bensÝ l'evento privilegiato dell'Incarnato, inviato nella pienezza del tempo - plhrwma tou cronou - a riscattare il passato e a inaugurare irrevocabilmente il futuro della salvezza, quale discrimine della storia. Ma l'avatâra ha un tempo pi˙ pacato e forse pi˙ abissale, la ronda immutabile dell'ombra intorno allo gnomone, l'eternitÓ che si travasa nei giorni in una mimesi vertiginosa e inesausta. L'ombra si allunga ripercorrendo il cammino del giorno declinante, e si dissolve nella sera per rinascere a identico destino: cosÝ si susseguono gli eoni, segnati dall'ombra montante dell'adharma lungo il cammino ricorrente delle etÓ[7]; l'avatâra discende in questo stesso cammino, yuge yuge, nelle crisi che scandiscono la spirale involutiva delle etÓ, per riportare instancabilmente alla cosmicitÓ originaria l'universo che incessantemente frana nel caos. Il tempo indiano non Ŕ il teatro neutrale degli eventi, che gli eventi qualificano, ma Ŕ intrinsecamente qualitativo, piega gli eventi secondo la propria qualitÓ che di continuo degenera, dall'attimo creativo del distacco dall'eternitÓ.

Su questo sfondo, l'opera dell'avatâra Ŕ essa stessa segnata dalla malignitÓ del tempo, e il suo trionfo non Ŕ che passeggero. Il dharma vacilla. Il dharma Ŕ il fondamento stabilito, la legge micro- e macro-cosmica; ma nell'immagine puranica il dharma Ŕ una vacca che si regge a stento perdendo via via il sostegno di una zampa per influsso del tempo declinante: l'avatâra interviene ogniqualvolta si minaccia la caduta. Ascoltiamo l'ammaestramento del dio Brahmâ:

Nell'etÓ krta il dharma ha quattro zampe, e Visnu Ŕ di carnagione bianca; non vi sono carestie nÚ malattie, nÚ morte prematura, la terra produce messi senza aratura e le vacche danno copioso latte; non vi Ŕ passione nÚ ira, paura, aviditÓ, egoismo o invidia.

Visnu con mazza, disco e conchiglia.

Nella successiva etÓ tretâ il dharma rimane con sole tre zampe, e Visnu si fa vermiglio; gli uomini sono longevi, compiono sacrifici per ottenere ci˛ che desiderano e non agiscono sotto l'impulso delle passioni, ma esercitano la penitenza, la castitÓ, le abluzioni e le offerte, le preghiere e le oblazioni. Viene quindi l'etÓ dvâpara, allorchÚ il dharma ha non ha pi˙ che due zampe e Visnu assume un color fulvo; le preghiere, i sacrifici e le penitenze sono motivati dalla brama dei frutti; il mondo Ŕ diviso tra bene e male, i re si disputano il dominio della terra e conquistano il cielo purificandosi con i riti sacrificali. Quarta viene la funesta etÓ kali; il dharma pencola terrorizzato su un'unica zampa, e Visnu ha una tinta fosca; la malvagitÓ ha il sopravvento, con l'illusione e l'egoismo, la passione, l'ira e la paura; i re agognano alle ricchezze e sono accecati dalla cupidigia, gli uomini hanno vita breve, la terra Ŕ avara di messi e le vacche di latte, le caste rigenerate non hanno virt˙, gli uomini sono fraudolenti e dediti ai piaceri del palato e del sesso, bugiardi e scellerati; a sedici anni incanutiscono, mentre le donne s'ingravidano a dodici anni; a poco a poco le caste si contaminano, gli stadi della vita si confondono e tutto si uniforma; i riti e gli ordinamenti perenni delle stirpi periscono, e i luoghi sacri, profanati dai barbari, perdono la loro potenza[8].

In questo decorso fatale, fino all'apocatastasi che all'imo di kali inaugura una nuova etÓ dell'oro, egualmente predestinata, l'avatâra non interferisce, ma piuttosto lo asseconda, preservando la lisi dalla crisi sempre latente nel precario equilibrio del dharma. L'Incarnato Ŕ venuto una volta per tutte a trionfare della morte[9] offrendo agli uomini l'adozione di figli; l'opera dell'avatâra, dal canto suo, Ŕ meno epocale e conclusiva. Il suo scopo precipuo Ŕ di "ristabilire il dharma"; ma, pi˙ precisamente, il termine sanscrito samsthâpana significa nella sua accezione primaria "rimettere in piedi (un cavallo caduto)": l'avatâra rimette in piedi la vacca zoppa dell'ordine socio-cosmico, senza poterla guarire.

Se la guarigione non Ŕ possibile, Ŕ perchÚ sotto l'influsso nefasto del tempo al dharma Ŕ indissolubilmente connaturato il seme dell'adharma. L'avatâra protegge i buoni e stermina i malvagi, come recita il passo della Gîtâ; pure, lo sterminio non Ŕ mai definitivo, nÚ Ŕ veramente necessario o possibile che lo sia, perchÚ nell'universo culturale indiano luce e ombra sono entrambi relativi e complementari, come due facce di un'unica medaglia: la realtÓ suprema, che, essa, Ŕ al di lÓ di luce e ombra[10]. Questa visione dialettica della struttura etica trova rappresentazione emblematica in uno dei temi pi˙ cospicui dell'intera letteratura puranica: il daivâsura, la battaglia incessante tra dŔi e titani per il predominio, scandita dagli innumerevoli mitologemi che vi si inseriscono a guisa di episodi, perpetuamente riaccesa e fatalmente irrisolta; in essa l'immaginazione simbolica ha esemplificato il pendolo cosmico tra dharma e adharma all'interno della pi˙ vasta ciclicitÓ degli eoni. Gli avatâra servono allo scopo della restaurazione del dharma - in effetti, a garantire la continuitÓ dell'oscillazione del pendolo, giacchÚ ogni intervento divino, mentre ristabilisce il potere degli dŔi, pone le premesse di un prossimo prevalere dei titani. Il Signore discende in forma di cinghiale per uccidere il titano Hiranyâksa che ha usurpato il trono celeste - ma l'uccisione accende propositi di vendetta nel fratello Hiranyakašipu, che s'impadronirÓ a sua volta del trimundio finchÚ la nuova discesa dell'uomo-leone non avrÓ ragione anche di lui. La faida continua nella maniera usuale tramite il nipote Bali, ma continua anche in una forma pi˙ inconsueta, peculiare all'India: Ŕ Hiranyakašipu stesso che fa le proprie vendette, inesorabilmente ricondotto sulla terra dal proprio karman a vestire i panni di Râvana dalle dieci teste, la cui sconfitta ad opera dell'avatâra Râma Dâšarathi Ŕ celebrata nel Râmâyana[11]. Immune dalla cesura naturale della morte, il filo Ŕ ripreso e intessuto nel grande arazzo del Mahâbhârata[12]: Râvana si reincarna nel re ăišupala, nemico inveterato di Krsna, e trova la morte per mano di questi, mentre Bâna, figlio di Bali, viene mutilato delle mille braccia dal suo disco.

Icona moderna di Visnu circondato dai 10 avatâra principali (ai lati),
gli emblemi del disco, tilaka (marchio frontale) e conchiglia (sopra), Visnu con il serpente ăesa e la consorte Laksmî (sotto).

La storia non ha alcun epilogo possibile, perchÚ Ŕ in sÚ stessa soltanto un episodio di un processo senza fine. Nella giostra vorticosa ci˛ che sembra smarrirsi senza rimedio Ŕ il senso. Una risposta alla questione teleologica che ci urge potrebbe essere che il fine Ŕ immanente all'azione, che il daivâsura o la contesa cosmica[13] gioisce di sÚ stessa: Ŕ la risposta implicita nella dottrina della creazione come lîlâ, giuoco di Dio. La sua giustificazione Ŕ nel pensiero che il cozzo degli opposti nel traboccare dell'illusione di nomi-e-forme[14] non Ŕ che il rovescio dell'ineffabilitÓ essenziale: ci˛ che "non Ŕ cosÝ, non Ŕ cosÝ"[15] Ŕ immanifestabile, oppure pu˛ esser manifestato in molti modi, anzi in tutti[16].

Ma Ŕ una risposta parziale; il senso totale della fantasmagoria del daivâsura si ritrova solo nella prospettiva della salvezza. Se questa non ci appare appannaggio immediato dell'avatâra come lo Ŕ dell'Incarnato, Ŕ perchÚ lo precede e lo ingloba come cifra ubiquitaria dell'Induismo. Molti sono i cammini che conducono all'altra sponda, ma tutti cominciano su questa sponda, e non Ŕ possibile passare, se non da qui. Per coloro che ancora ambiscono ai frutti: ricchezza, bellezza, paradiso, solo questo Ŕ il terreno dove seminarli con le opere[17]. Per coloro che ormai aspirano alla liberazione, solo questo Ŕ il teatro dove la Natura danza dinanzi al SÚ finchÚ questi non realizzi la sua condizione di spettatore impassibile[18]. In questo campo di battaglia, in questo campo del avatâra si compie tutta la parabola della creatura, e per questo campo l'avatâra discende, non a salvare ma a fondare la possibilitÓ perpetua della salvezza: l'avatâra non viene per l'Uomo, ma viene per la Terra.

La vocazione si manifesta nel nome. Ges˙ Ŕ il divino Salvatore[19]. Per l'avatâra l'etimologia Ŕ pi˙ elusiva, ed esige la sinergia vivificante del mito. La radice sanscrita tr esprime la nozione di "traversare", cui il preverbio ava aggiunge la specificazione di "gi˙": in prima approssimazione, l'avatâra Ŕ dunque "colui che discende", ma ci˛ non esaurisce la ricchezza allusiva della parola, maturata in un'evoluzione plurisecolare. L'origine della metafora della discesa Ŕ negli antecedenti mitici della grande guerra dei Bhârata: si narra nel primo libro del Mahâbhârata[20] che principi di stirpe titanica si erano incarnati in mezzo agli uomini e tribolavano le creature; la terra stessa, oppressa sotto il loro peso sovrumano, invoca aiuto: tutti gli dŔi discendono sulla terra con una porzione di sÚ stessi sotto spoglie diverse per "scaricare" (avatârana) il "peso" (bhâra) che grava la terra.

Dal mito epico procede il clichÚ puranico. Tipicamente, la terra personificata nella dea Prthivî, in procinto di sprofondare sotto il peso insostenibile dei viventi proliferati a dismisura, si presenta supplice in cielo per impetrare l'aiuto divino: bhârâvatarana Ŕ l'azione salutare del Signore supremo, che a un tempo "discende" (avatârati) e "fa discendere" (avatârayati)[21], ovvero scarica la zavorra che incorpora lo squilibrio del dharma[22]. L'avatâra Ŕ dunque "colui che discende", ma soprattutto "colui che rimuove"; il Signore discende ogni qualvolta si renda necessario per rimuovere il fardello della Terra: in questo singolare e prezioso nodo linguistico, incentrato sull'avatâra come autore dell'avatârana e dell'avatârana, l'Induismo ha colto l'opportunitÓ di coimplicare il passaggio, la fenomenizzazione dell'Assoluto, e il suo scopo, la preservazione della Terra come campo del dharma[23] attraverso l'eliminazione dello squilibrio dell'adharma simboleggiato nel "peso".

Visnu circondato dai 10 avatâra principali (Miniatura del XIII secolo, Jaipur).

Per alleviare la Terra o per umiliare la tracotanza dei titani il Signore si foggia di volta in volta il corpo pi˙ adatto allo scopo: la pi˙ "esotica" fra le peculiaritÓ dell'avatâra Ŕ il suo proteiforme trasformismo. L'Incarnato Ŕ "fatto da donna", e "Figlio dell'Uomo" Ŕ il suo appellativo per antonomasia, poco meno frequente nelle Scritture dell'altro, complementare, di "Figlio di Dio"; e vero Uomo e vero Dio doveva essere per assumere il ruolo di mediatore, sacerdote e vittima sacrificale nell'istituire la nuova ed eterna alleanza tra Dio e Uomo. Viceversa, leggiamo nel Bhâgavata Purâna:

Tra gli dŔi e i veggenti, o Signore, tra gli uomini e gli animali terrestri e acquatici tu benchÚ ingenerato prendi nascita, o onnipotente arbitro del destino, per reprimere l'arroganza dei malvagi e mostrare il tuo favore ai buoni[24].


Visnu con mazza, disco e conchiglia.

L'avatâra non Ŕ mediatore ma giustiziere, non sacerdote ma guerriero, ed eredita come tale i camuffamenti e le astuzie guerresche che in altra temperie religiosa erano appartenuti all'Indra vedico, l'antico campione degli dŔi[25]. Tuttavia, uno scarto ben pi˙ essenziale viene alla luce qui tra l'Incarnato e l'avatâra, che tocca le strutture pi˙ profonde dell'esperienza religiosa. Il Cristianesimo ha ereditato dall'Ebraismo la valorizzazione della storia come teofania, e l'ha valorizzata a sua volta con l'epifania dell'incarnazione, nella "pienezza del tempo"; ma inaugurare la storia come regno dell'imprevedibile e dell'irreversibile Ŕ nel contempo inaugurare la libertÓ e la personalitÓ, e fare dunque della salvezza la vicenda di un rapporto personale tra soggetti capaci di libertÓ: Dio e Uomo[26]. Questo umanesimo Ŕ sostanzialmente estraneo all'Induismo, fedele al respiro cosmico degli yuga. Non c'Ŕ "nulla di nuovo sotto il sole" dell'India, e l'uomo vi conta meno per i pregi singolari dell'individuo che per gli statuti uniformi della casta[27]. Invece di umanizzare la natura sostituendo alle stagioni la storia, l'Induismo naturalizza l'uomo; il risultato Ŕ un ecumenismo della salvezza, che non conosce pi˙ privilegi e raggiunge talvolta il paradosso:

Perfino i vermi e gli insetti alati che muoiono in riva al Gange e gli alberi caduti dalle sue sponde raggiungono la meta suprema[28].

D'altronde, nessun iato insormontabile separa l'uomo dai suoi confratelli subumani, l'uno e gli altri metaplasmi emergenti dal magma vitale che la legge di trasmigrazione mantiene in continua circolazione. Perci˛ come stupirsi che l'avatâra non faccia distinzioni nello scegliere il proprio grembo lungo la scala degli esseri come il proprio abito da un armadio[29]? Con ci˛ egli non fa che adeguarsi al carosello dell'esistenza che egli stesso viene a perpetuare; ma con una differenza:

GiÓ molte nascite Io ho attraversato in passato, e anche tu, o Arjuna: Io le conosco tutte, ma tu non le conosci, o sterminatore dei nemici[30].

Per l'uomo che impara a conoscerle, che nella fluiditÓ universale impara a discriminare il permanente dal transeunte, la danzatrice smette di danzare, per lui l'avatâra ha esaurito il suo compito: eppure discende ancora, di etÓ in etÓ, a preservare il sogno dell'esistenza perchÚ altri possano ridestarsi.
 

Note

[1] Cfr. B. Croce, PerchÚ non possiamo non dirci "cristiani" (1942), in Discorsi di varia filosofia, Bari, Laterza, 19592, vol. I, p. 12 sgg.

[2] Dharma, dalla radice dhr, esser saldo, connota uno di quei concetti integrali che non trovano pi˙ posto (nÚ quindi espressione) nella nostra cultura dissociata e frammentata. Dharma Ŕ il fondamento del cosmo, che assume via via l'aspetto dell'ordine naturale e sociale, del dovere a un tempo giuridico, religioso e morale. Suo contrario Ŕ l'adharma.

[3] Bhagavad Gîtâ 4, 7-8: "yadâ yadâ hi dharmasya glânir bhavati Bhârata abhyutthânam adharmasya tadâtmânam srjâmy aham / paritrânâya sâdhûnâm vinâšâya ca duskrtâm dharma-samsthâpanârthâya sambhavâmi yuge yuge" (la trad. di tutti i testi citati Ŕ dell'A.). Sulla Bhagavad Gîtâ v. l'art. di C. Fiore, Il guerriero alla scuola degli dŔi, "Abstracta", 18 (Settembre 87), pp. 22-27.

[4] Epistola ai Galati 4, 4-5.

[5] Il grandioso corpus dei Purâna ("Antiquitates"), che comprende tradizionalmente 18 Purâna maggiori e altrettanti minori (ma in realtÓ il loro numero Ŕ assai superiore), costituisce una sorta di enciclopedia che raccoglie un ricchissimo patrimonio di miti e leggende, dottrine giuridiche e politiche, genealogie, esposizioni di cosmografia, cosmogonia e cronologia, canoni di estetica, dissertazioni filosofiche e compendi di varie discipline scientifiche. Il motivo unificante di tale disparata messe di temi Ŕ l'interesse religioso, che costituisce il filo conduttore dei dialoghi cui Ŕ affidata l'esposizione e pervade tutta la materia, oltre a dar origine a una tematica propriamente religiosa comprendente trattazioni di precettistica rituale, inni laudativi e celebrazioni di luoghi santi. I Purâna - la cui data di composizione si stende su un arco di parecchi secoli, rimontando certamente agli inizi della nostra era, ma forse assai prima - sono infatti anzitutto libri sacri, la cui autoritÓ si vuole pari a quella del Veda: "quand'anche un brahmano conosca i quattro Veda con le scienze ausiliarie e le Upanisad, in veritÓ non Ŕ saggio se non conosce il Purâna" (ăiva Purâna 7, 1, 1, 39).

[6] Visnudharmottara Purâna 1, 190, 16-17. Cfr. Bhâgavata Purâna 1, 3, 26: "innumerevoli sono gli avatâra di Hari, lago dell'essere, come i rivoli di una polla inesauribile sono migliaia".

[7] Lo yuga ("etÓ") Ŕ una suddivisione del computo ciclico del tempo cosmico secondo la tradizione epico-puranica. La durata dell'universo, coestensiva alla durata della vita del dio creatore Brahmâ (100 anni di Brahmâ), Ŕ scandita da periodi di latenza (notti di Brahmâ) e periodi di manifestazione (giorni di Brahmâ). All'alba di ciascun giorno di Brahmâ ha luogo la creazione (sarga, "effusione") che inaugura un nuovo kalpa ("eone", l'intervallo di un giorno di Brahmâ, pari a 4.320.000.000 anni umani). Ogni kalpa comprende 1.000 mahâyuga ("grande etÓ"), ognuno dei quali Ŕ composto di 4 yuga, che prendono nome dai tiri del gioco dei dadi: krta (il tiro "perfetto") ha i quattro quarti della durata: 1.728.000 anni; tretâ (il tiro di "tre") ne conserva solo i tre quarti, pari a 1.296.000 anni; dvâpara (il tiro di "due") si riduce a 864.000 anni; infine kali (il tiro peggiore) - l'etÓ attuale - non dura pi˙ che 432.000 anni. Il flusso delle quattro etÓ Ŕ caratterizzato da una progressiva decadenza del dharma e dalla conseguente degenerazione dell'umanitÓ, la cui palingenesi Ŕ il compito del venturo messia, Kalki, il cui avvento coinciderÓ con l'instaurazione di un nuovo mahâyuga. Al crepuscolo di ogni kalpa ha luogo la dissoluzione degli esseri (pralaya) e il loro riassorbimento nello stato immanifesto per tutta la durata della notte di Brahmâ. (Questi brevi cenni hanno l'unico scopo di permettere la comprensione del testo; per un quadro completo della concezione puranica del tempo v. Ânanda Svarûpa Gupta, The Puranic Theory of the Yugas and Kalpas: a Study, Purâna (Vârânasî) 11, 2 (1969), p. 304-323).

[8] Skanda Purâna, 7, 3, 10, 10-30.

[9] Isaia 25, 8; 1 Epistola ai Corinzi 15, 20-22.

[10] Cfr. Chândogya Upanisad 8, 4, 1: "Invero, l'âtman Ŕ un argine che separa questi mondi perchÚ non confluiscano assieme. Non oltrepassano quest'argine giorno nÚ notte, vecchiaia, morte o dolore, nÚ buone nÚ cattive azioni".

[11] Il Râmâyana Ŕ l'altro grande poema epico indiano (accanto al Mahâbhârata), che narra in 24.000 strofe la leggenda di Râma, culminante nella lotta con il demone Râvana che ne aveva rapita la moglie Sîtâ. La redazione definitiva risale probabilmente alla fine del II sec. d. C., benchÚ la materia narrativa sia di epoca assai pi˙ antica.

[12] Il Mahâbhârata Ŕ il maggior poema epico indiano, un'opera di vastitÓ colossale (pi˙ di 90.000 strofe nella recensione settentrionale) il cui nucleo fondamentale Ŕ costituito dalla narrazione della grande guerra dei Bhârata, ovvero dei cinque Pândava alleati di Krsna contro i propri cugini Kaurava che ne avevano usurpato il regno. L'elaborazione del poema, assai eterogeneo ("ci˛ che c'Ŕ qui c'Ŕ anche altrove, ma ci˛ che che qui non c'Ŕ non c'Ŕ da nessuna parte" (1, 56, 33)) si estende su un arco di parecchi secoli, collocandosi la redazione definitiva entro il IV sec. d.C.

[13] Cfr. Eraclito, B80: "tutto avviene secondo contesa".

[14] Cfr. Brhadâranyaka Upanisad 1, 4, 7: "In quel tempo questo mondo non era dispiegato; fu dispiegato con nomi-e-forme: ci˛ che ha il tal nome, ha la tal forma ... Ma Egli vi Ŕ penetrato fino alla punta delle unghie, come un rasoio riposto nel fodero ... perci˛ non lo vedono: perchÚ Ŕ diviso".

[15] Cfr. Brhadâranyaka Upanisad 2, 3, 6: "Il suo annuncio Ŕ: 'non Ŕ cosÝ', 'non Ŕ cosÝ'; perchÚ non ve n'Ŕ un altro all'infuori di questo, che 'non Ŕ cosÝ'; ma il suo nome Ŕ: 'la RealtÓ della realtÓ'".

[16] Cfr. ăvetâšvatara Upanisad 4, 3-4: "Tu sei femmina, tu sei maschio, tu sei fanciullo e sei anche fanciulla; tu sei il vecchio che barcolla col bastone, tu sei il nato che guarda dappertutto; tu sei il nero corvo, tu sei il verde pappagallo dai rossi occhi, tu sei il grembo della folgore, le stagioni e gli oceani; senza principio, tu pervadi ogni cosa, tu dal quale tutti gli esseri sono nati".

[17] Cfr. Skanda Purâna 7, 3, 35, 19-20.

[18] Cfr. Κvarakrsna, Sâmkhyakârikâ 59; 66.

[19] Il nome Ŕ connesso alla radice ebraica yš', "salvare", "liberare".

[20] Mahâbhârata (Poona) 1, 64 sgg.

[21] Le due forme avatârati e avatârayati appartengono rispettivamente alla coniugazione ordinaria e causativa della medesima radice (ava)tr. Analogamente pi˙ sotto avatârana e avatârana sono nomi verbali derivati rispettivamente dal tema ordinario e dal tema causativo, significando dunque la "discesa" e il "far discendere" = la "rimozione".

[22] Cfr. P. Hacker, Zur Entwicklung der Avatâra-lehre, "Wiener Zeitschrift für die Kunde Südasiens", 4 (1960).

[23] La trasparenza del simbolismo si transustanzia inverandosi in una pi˙ arcaica cognazione linguistica: la terra Ŕ dharanî, colei che sostiene, come la legge Ŕ dharma, il fondamento saldo dell'ordine socio-cosmico. ╚ questo comune riferimento alla stabilitÓ fondamentale che ha forse promosso e corroborato la metafora, la quale attinge cosÝ all'universalitÓ dell'allegoria: specchio dell'invisibile (vacillare del fondamento morale) nel visibile (vacillare delle fondamenta fisiche).

[24] Bhâgavata Purâna 10, 14, 20.

[25] Cfr. Rg Veda 4, 47, 18: "Grazie alla sua magia Indra va attorno in molte forme, e per lui sono aggiogati cavalli bai a centinaia".

[26] Cfr. M. ╔liade, Le mythe de l'Úternel retour. ArchÚtypes et rÚpÚtition, trad. it. di G. Cantoni, Il mito dell'eterno ritorno. Archetipi e ripetizione, Milano, Borla, 1968, p. 136 sg.

[27] L'A. Ŕ dolorosamente consapevole della schematicitÓ di questi (e altri) asserti, che richiederebbero ben altra articolazione che lo spazio non concede. Per ritrovare parte delle nuances perdute non si pu˛ far meglio che rimandare il lettore al bel libro di M. Biardeau, L'Hindouisme. Anthropologie d'une civilisation, tr. it. di F. Poli, L'Induismo. Antropologia di una civiltÓ, Milano, Mondadori, 1985.

[28] Skanda Purâna 4, 27, 134. A proposito del superamento del privilegio della natura umana nei confronti della salvezza cfr. S. Piano, Note in margine al Visnu Mâhâtmya, "Indologica Taurinensia", 3-4 (1975-76), p. 381 sgg.

[29] Cfr. Bhagavad Gîtâ 2, 22: "Come un uomo smettendo i vestiti logori ne prende di nuovi, cosÝ l'anima smettendo i corpi logori ne assume altri nuovi".

[30] Bhagavad Gîtâ 4, 5.
 

Articolo riprodotto per gentile concessione dell'autore, che ne detiene i diritti. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.